Giustizia

Ci sono ferite che segnano non solo chi le subisce, ma un’intera comunità. Nei nostri territori, in questi ultimi anni, abbiamo assistito a tragedie che lasciano senza parole: giovanissimi uccisi da altri giovanissimi, per motivi futili, incomprensibili, assurdi. Da padre, prima ancora che da cittadino, ho provato dolore, rabbia, un senso profondo di ingiustizia. E da quel dolore è nato un impegno concreto, quotidiano, fatto di presenza e di vicinanza sincera.

Ho scelto di stare accanto ai genitori di Santo Romano, Francesco Pio Maimone e Giovanbattista Cutolo, di condividere le loro battaglie non solo per chiedere giustizia, ma per tenere accesi il ricordo, la dignità, la verità. Nessun genitore dovrebbe vivere l’orrore di perdere un figlio in questo modo. Nessuna comunità dovrebbe abituarsi alla violenza, al silenzio, all’indifferenza.

Il caso ha voluto che fossi chiamato come giudice popolare proprio nel processo per la morte di Francesco Pio Maimone. Un’esperienza forte, umanamente e civilmente, che ha rafforzato il mio senso di responsabilità e la mia convinzione che la giustizia debba essere davvero di tutti, accessibile, vicina, capace di ascoltare e di curare. La giustizia non è solo una questione di tribunali. È un valore che deve vivere nelle strade, nelle scuole, nelle famiglie. E finché ci sarà anche solo un giovane in pericolo, senza prospettive, senza esempi positivi, senza qualcuno che lo prenda per mano, il mio impegno non si fermerà.

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